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Cass. 12 Febbraio 2016 n. 2830

L’elencazione delle ipotesi di giusta causa di licenziamento contenuta nei contratti collettivi, al contrario che per le sanzioni disciplinari con effetto conservativo, ha valenza meramente esemplificativa e non esclude, perciò, la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile alla sola condizione che tale grave inadempimento o tale grave comportamento, con apprezzamento di fatto dei giudice di merito non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore.

La Suprema Corte ha giudicato illegittimo il licenziamento per giusta causa del lavoratore, reo di aver dato una “spallata, neppure violenta e comunque priva di qualsiasi ulteriore strascico”, venendo tuttavia accusato di aver provocato una rissa: sul punto, i giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d’Appello, che ha “superato i confini della nozione penalistica di rissa, ristretta dall’elemento oggettivo del numero minimo dei partecipanti e del carattere violento della contesa, tale da costituire pericolo per l’incolumità pubblica, per adottarne una più aderente, da un lato, al significato che dei termine viene dato nella vita comune (e cioè di contesa anche tra due sole persone idonea a procurare, per le modalità dell’azione e per la sua capacità di coinvolgere terzi, una situazione di pericolo non limitata ai soli protagonisti); e, dall’altro, più in linea con le necessità peculiari dell’ambiente di lavoro, prendendo in considerazione l’idoneità del fatto a provocare una qualche alterazione della regolarità e del pacifico e ordinato svolgersi della vita collettiva all’interno di esso”.

Ne è derivata la carenza di proporzionalità tra condotta e sanzione: in particolare, come testimoniato da un vigilantes presente al momento dei fatti, non solo non si era trattato di una rissa, ma anche le parole proferite dal ricorrente – “ma che cos’ha da guardarmi?” – non avevano un contenuto minaccioso, non prospettando al soggetto passivo un qualche pericolo di male ingiusto.