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La questione oggetto delle due pronunce qui affrontate è di notevole importanza.

In particolare vengono affrontati due casi di provvedimenti del datore di lavoro non rispettai dai lavoratori e le relative conseguenze.

Secondo la prima pronuncia (Cass. 11408/2018), non è necessario un provvedimento dell’autorità giudiziaria che annulli il trasferimento del lavoratore perché egli possa astenersi dal rendere la prestazione nella sede di destinazione.

La Cassazione ha infatti precisato che, se il lavoratore si è mosso in buona fede, sulla scorta di apprezzabili esigenze personali e in presenza di una condotta datoriale connotata da serio inadempimento, il rifiuto di spostarsi di sede può essere legittimo.

La valutazione dovrà essere effettuata bilanciando gli opposti interessi, valorizzando l’incidenza del trasferimento rispetto a fondamentali esigenze di vita e familiari del lavoratore, la formale esplicazione delle ragioni poste a base del trasferimento e gli effetti negativi che il rifiuto del dipendente determina sull’organizzazione aziendale.

C’è un passaggio particolarmente evocativo nelle premesse logiche della pronuncia, che è il seguente:

“Ulteriore peculiarità del rapporto di lavoro, non direttamente discendente dalla natura corrispettiva delle, obbligazioni reciproche ma  comunque destinata ad influenzare la verifica del sinallagma contrattuale, è costituita dal diretto coinvolgimento, nella esecuzione del contratto, della persona del lavoratore, con conseguente potenziale ricaduta dei provvedimenti datoriali su aspetti non meramente patrimoniali ma connessi a fondamentali esigenze di vita del prestatore di lavoro, oggetto di protezione, anche costituzionale, da parte dell’ordinamento.”

Secondo un’altra pronuncia (Cass. 12094/2018), nella stessa direzione della precedente, deve escludersi la legittimità del licenziamento del lavoratore – già gravato da turni estremamente pesanti, peraltro mantenuti tali nel tempo pur in assenza di “comprovate” esigenze aziendali che – che si rifiuti di svolgere compiti aggiuntivi alle proprie mansioni.

Il caso riguardava un vigilante al quale era stata richiesta dal datore di lavoro, oltre ai propri normali compiti, anche lo svolgimento dell’attività di riscossione delle fatture dai clienti.

Emblematico è il seguente passaggio della pronuncia:

“Deve escludersi, che  i  provvedimenti  datoriali siano assistiti da una presunzione di legittimità che ne imponga l’ottemperanza fino a contrario accertamento in giudizio” 

Il principio che si può dunque trarre dalle due menzionate sentenze è dunque che, in determinati casi, la mancata ottemperanza del dipendente alle disposizioni sartoriali può risultare giustificata a posteriori. Naturalmente, come al solito, occorre una valutazione attenta e prudente da effettuarsi caso per caso. 

Scarica Cassazione 11 maggio 2018 n. 11408

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Scarica Cassazione 17 maggio 2018 n. 12094

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